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Domenica di Pasqua   versione testuale
Gv 20,1-9
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.
 
 
 
Ci troviamo di fronte ad una porta realizzata dallo scultore polacco recentemente scomparso Igor Mitoraj per la basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri a Roma. Questo luogo di culto non nasce come la maggior parte delle chiese cristiane, che erano orientate verso est come a volgere lo sguardo verso dove sorge il sole, il vero sole, il Signore che illumina la vita, ma si erge sopra alle antiche terme di Diocleziano.
Non si tratta di un semplice esempio di riuso, molto praticato fin dall’epoca romana, bensì di un gesto forte: nel XVI secolo si decise infatti di cambiare destinazione d’uso ad un edificio pagano dedicandolo ai martiri cristiani che avevano perso la vita in schiavitù per costruire questo luogo.
Il cantiere ha visto coinvolti grandi nomi dal Rinascimento ad oggi, tra i quali anche Michelangelo. Le aggiunte più recenti sono le prime che incontriamo accostandoci a questa chiesa: i due portali d’ingresso. Siamo ancora fuori dall’edificio sacro, ma già se ne dispiega davanti a noi il cuore: sulla porta di destra si può osservare, incisa a bassorilievo, l’Annunciazione, mentre sulla porta di sinistra è raffigurato il Cristo risorto; la sua vicenda terrena, dal principio alla fine e, in esse, la sintesi della nostra fede cristiana.
Le porte bronzee sono di un colore che ricorda la ruggine, quasi a indicare un luogo che non resta immune agli accadimenti, ma si sporca e si consuma di umanità vissuta. Dalla superficie liscia i corpi emergono e prendono forma come venendo alla luce da una superficie magmatica.
Il corpo di Cristo è letteralmente segnato dalla croce, che scava la carne come stimmate indelebile. Egli porterà per sempre con sè quel segno che giungerà ad identificare Lui e tutti noi. Immaginiamo che i volti bendati in basso siano i volti di Pietro e Giovanni, i primi discepoli ad accorrere al sepolcro, forse per paura, forse con speranza, ma ancora ciechi poiché “non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.” Sarebbe bello se anche noi togliessimo le bende che impediscono al nostro cuore di fidarsi, per cingerci di bende nuove, quelle che hanno avvolto il capo del Signore, quelle che portano impressa la sua forma, così che anche noi possiamo assumerla e diventare nel mondo portatori di questo lieto annuncio. Sarebbe bello potersi liberare di ciò che limita il nostro sguardo, la nostra tensione verso un orizzonte nuovo per poter dire “...e vide e credette”!
Come? Non restando sulla soglia, ma oltrepassando quella porta. Il Signore è la soglia da attraversare, la sua passione è la fatica da affrontare per giungere a celebrare il senso del nostro vivere: «Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo» (Gv 10,9).
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